Deontologia dell’ufficio stampa ai tempi del Covid

C’è una questione di deontologia dell’ufficio stampa relativa a questi giorni di pandemia? Negli ultimi mesi si è parlato spesso di deontologia, di etica del giornalismo ai tempi del Covid-19, quando, cioè, il ruolo di una corretta informazione è determinante nell’influenzare l’opinione pubblica. Più di rado si è discusso di deontologia degli uffici stampa, cioè degli intermediari che permettono la trasmissione di una notizia da un ente o da un’azienda verso i giornali.
Mentre, in tutto il mondo, la battaglia più importante si gioca sul contrasto alle fake news e sulla cattiva informazione, è legittimo chiedersi che cosa hanno fatto le agenzie di comunicazione in quest’ultimo anno, che cosa fanno ora e come dovrebbero lavorare, per rispettare codici etici e di responsabilità sociale.

Deontologia dell’ufficio stampa nel 2021

Per chiedersi se c’è un tema di deontologia dell’ufficio stampa peculiare per il 2021, bisogna sapere se il lavoro del comunicatore è cambiato. La risposta è sì. Il vortice in cui siamo tutti immersi dal febbraio 2020 ha trascinato con sé il modo in cui lavorano i media, la velocità alla quale corre l’informazione, l’esigenza di richiamare l’attenzione dei giornalisti.
Alcuni elementi:

  • il Covid-19 monopolizza una buona parte dell’informazione, sacrificando altre notizie di cronaca e di altri ambiti;
  • le redazioni sono ridotte, i giornalisti lavorano a turni in sede e in smartworking, rendendo più difficile per gli uffici stampa le attività di recall;
  • l’emergenza ha amplificato un fenomeno già in atto da tempo, il numero eccessivo di comunicati stampa.

Fare ufficio stampa ai tempi del Covid

In questo scenario fare ufficio stampa diventa un lavoro molto delicato. Nelle agenzie poco strutturate, nelle imprese che pensano di poter comunicare da sé, senza rivolgersi a un ufficio stampa, nasce la tentazione di adottare comportamenti poco virtuosi.
Alcune cattive pratiche, almeno all’inizio, sembrano essere vantaggiose, per esempio:

  • aumentare a dismisura gli invii dei comunicati stampa, al limite dello spam;
  • recuperare dati e recapiti di giornalisti da fonti dubbie;
  • usare criteri invasivi per contattare i giornalisti, nei tempi e nei modi;
  • rivolgersi a piattaforme di invio di comunicati a basso costo, senza controllarne l’autorevolezza;
  • forzare i contenuti del comunicato stampa per farsi leggere.

Di fatto, l’uso costante di queste pratiche diventa un boomerang per l’ufficio stampa:

  • inviare comunicati stampa a indirizzi poco controllati non aumenta il numero di articoli pubblicati;
  • tempestare i giornalisti di mail può creare problemi con i filtri antispam e con la normativa GDPR;
  • una mancata verifica dei contenuti di un comunicato danneggia la credibilità dell’agenzia.

Fake news e comunicati stampa

C’è un rapporto tra il controllo delle notizie false e gli uffici stampa? In parte sì.
I giornalisti degli uffici stampa, al pari degli altri, sono tenuti a verificare le fonti e a non diffondere contenuti lontani dai fatti. Il ruolo di un addetto stampa, che sia per un ente pubblico o per un’azienda privata, non lo esime dai doveri da giornalista, come da Carta dei doveri dei giornalisti degli uffici stampa:

“Il giornalista deve uniformare il proprio comportamento professionale al principio fondamentale dell’autonomia dell’informazione; ciò indipendentemente dalla collocazione dell’Ufficio Stampa nell’ambito della struttura pubblica o privata in cui opera.
Il giornalista direttore responsabile di house organ, newsletter o altri mezzi di informazione aziendale, purché si tratti di testate registrate, esercita i diritti e doveri della firma. Ciò comporta l’adozione di scelte relative alla correttezza dei contenuti di cui risponde, oltre che in sede civile e penale, anche all’Ordine dei giornalisti”.

L’addetto stampa, così come il giornalista, non deve cavalcare l’onda di una notizia che fa scalpore, se prima non ne ha controllato la veridicità.

L’autorevolezza dei contenuti

Peraltro, i casi più delicati per la deontologia dell’ufficio stampa non riguardano contenuti dichiaratamente falsi, ma un’ampia zona grigia di notizie vere, ma fuorvianti o incomplete.
Può accadere che l’ufficio stampa abbia interesse a diffondere questi contenuti, se portano visibilità al suo committente o semplicemente perché assicurano con maggiore facilità la pubblicazione.
Ad esempio, si può scrivere di un’opera d’arte ipotizzata dai critici come “autentica”. Il comunicato è corretto, se scrive che si tratta di un’ipotesi, ma è chiaro che l’obiettivo è richiamare l’attenzione del largo pubblico con una notizia che fa rumore.
Che cosa può succedere, dopo? Una volta pubblicata dai giornali, infatti, quella che era un’ipotesi diventerà, nella memoria di molti, come un fatto vero. Se si trasla questo esempio nel campo della comunicazione medica e scientifica, si capisce bene che anche una notizia vera, diffusa senza un contesto esplicativo, può diventare pericolosa.

Dare la notizia completa

Dice il codice deontologico della professione che il giornalista

non omette fatti, dichiarazioni o dettagli essenziali alla completa ricostruzione di un avvenimento.

Nel caso di una teoria scientifica, ad esempio, riportata come un’ipotesi, è compito del giornalista poi e dell’addetto stampa prima, riportare tutti gli elementi che aiutano a comprendere il contesto e a interpretarne il significato. Nessuno può escludere che il lettore ricordi o prenda per valida quella che era stata considerata solo una possibilità; ma è doveroso che, nell’articolo, questa differenza sia stata ben ricordata.
L’ufficio stampa è il primo anello della catena ed è colui che deve, sin dall’inizio, fornire tutti gli elementi perché la notizia non sia fraintesa.
Il percorso che farà la notizia, una volta pubblicata, dipende da molte variabili ma, nel caso dell’articolo come per il comunicato stampa, non si trascuri la scelta del titolo: un titolo corretto o un titolo capzioso possono fare la differenza.

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Claudia Silivestro

Claudia Silivestro