Covid 19 e giornalismo costruttivo: una soluzione praticabile?

Covid 19 e giornalismo vivono in questi giorni un rapporto conflittuale. Più il ruolo dell’informazione diventa essenziale, più è esposto al rischio che si tramuti nel suo contrario: disinformazione, fake news, terrorismo mediatico. Il crinale tra il diffondere al più presto una notizia e scatenare allarmi incontrollabili è sempre stato sottile ed oggi è molto labile.
Mai come oggi è fondamentale che sia un giornalismo rigoroso a parlare di pandemia, ma in molti si chiedono: è possibile una strada diversa da quella attuale, che si trova a diffondere solo cattive notizie?

C’è un modo per dire la verità e non spaventare le persone?

Si può fare un giornalismo che non sia orientato a dire solo il negativo e possa aiutare il lettore a vedere un’altra prospettiva?

Covid 19 e giornalismo: il problema

Secondo alcuni, una risposta sarebbe data da quello che gli inglesi chiamano constructive journalism o solutions journalism, giornalismo delle soluzioni.
Prima di valutare se si tratta, oggi, di una soluzione praticabile, è utile ricordare quali e quanti siano i problemi innescati dal Covid 19 nel mondo dell’informazione. Fra questi, sono emersi:

  • la tendenza a utilizzare titoli enfatici per richiamare l’attenzione
  • il diffondersi di notizie false, a volte condivise anche da giornali autorevoli
  • la velocità di propagazione di notizie in aggiornamento, prima che venga pubblicata la notizia completa
  • la presenza di articoli poco curati
  • la sovrabbondanza di articoli su un solo contenuto di cronaca
  • l’assenza di inchieste e articoli di approfondimento.

Un esempio eclatante è dato dalla notizia del vaccino Astrazeneca sospesi per accertamenti. L’enfasi data dai media all’evento avrà conseguenze sulla propensione delle persone a vaccinarsi e potrà far aumentare il numero dei no-vax. È chiaro che la notizia non poteva essere ignorata, ma era possibile trattarla in un modo diverso?

Cattivo e buon giornalismo

Per indagare con onestà il rapporto tra Covid 19 e giornalismo, si deve osservare che alcuni fenomeni di disinformazione nascono da una cattiva gestione delle notizie. In altre parole,

se il giornalista facesse il suo dovere, il rischio che si diffondano contenuti devianti sarebbe molto minore.

Verificare i fatti, non accodarsi al primo contenuto virale che si diffonde sul web, non esagerare con i titoli ad effetto avrebbe già risultati positivi sulla qualità dell’informazione.
I molti casi di fake news presenti prima e dopo la pandemia testimoniano, ad esempio, che a volte persino organi di stampa tradizionali si fanno ingannare dai contenuti falsi.

Quanto ai titoli, la pratica deprecabile del click-baiting, quella dei titoli acchiappaclic, ha precedenti illustri nel mondo della carta stampata. I titoli sui giornali da sempre sono studiati per richiamare l’attenzione ma anche in questo caso, una buona deontologia professionale stabilisce dei limiti.

Si può evitare il terrorismo mediatico?

Persino in un mondo ideale dove i giornali rispettino il codice etico, verifichino tutte le notizie e le scrivano in modo rigoroso, il problema di come evitare un terrorismo mediatico resterebbe.
Nessun giornale, anche il più moderato, può evitare di pubblicare il numero di contagi per Covid 19 e l’aumento statistico dei morti dall’inizio del 2020.

Quando si pubblica una notizia, la si ingigantisce per definizione.

La semplice presenza su un organo di stampa amplifica il suo impatto sui lettori. Per tornare all’esempio di Astrazeneca: i giornali avrebbero potuto scegliere toni meno allarmanti per parlare di ipotetici eventi avversi al vaccino, ma sarebbe bastato?

Ridefinire i criteri della notizia

La storia del giornalismo è una storia di cattive notizie. ll fatto di cronaca, la denuncia, la morte fanno vendere i giornali: “è la stampa, bellezza”, così come è nata e si è diffusa fino ad oggi. Il giornalismo d’inchiesta fa leva su un aspetto fondamentale delle società libere: denunciare quello che non funziona.

Dal film “L’ultima minaccia”, 1952


Difficile dire quanto resta di questo spirito nel rapporto tra Covid 19 e giornalismo oggi, quando si trovano:

  • interviste a esperti di medicina che danno pareri discordanti tra loro
  • un eccesso di attenzione dato solo al Covid 19, trascurando altre notizie di cronaca
  • la tendenza a riportare i fatti senza darne un quadro interpretativo coerente.

È a questo punto che alcuni invocano, come risposta possibile, la strada del giornalismo costruttivo.

Che cos’è il giornalismo delle soluzioni

Nato prima del Covid-19, tra la fine degli Novanta e gli anni Duemila, il constructive journalism vuole ribaltare il concetto stesso di notizia. Il giornalismo costruttivo pubblica sì il fatto negativo, ma lo affianca a un’esposizione più ponderata, mostrando diverse chiavi di lettura e possibili soluzioni. Per questo è anche chiamato il giornalismo delle soluzioni, accanto al quale viene ricordato, spesso, il giornalismo delle buone notizie.
Il giornalismo delle buone notizie è già presente in Italia: in realtà, è leggermente diverso dal giornalismo costruttivo, perché pubblica fatti, personaggi, esperienze di per sé incoraggianti. Se il giornalismo delle buone notizie fa spesso riferimento al mondo dell’associazionismo e del volontariato, il giornalismo delle soluzioni può affiancarsi a un buon giornalismo d’inchiesta o di denuncia: si presenta una situazione negativa, ma si enunciano anche tecnologie, idee, alternative per migliorarla.

Un problema globale

Le ragioni del giornalismo costruttivo fanno leva su una questione che non è solo relativa al mondo dell’informazione. La quantità crescente di notizie negative oggi in circolazione ha effetti psicologici enormi sulle persone. La pandemia, di per sé, è causa dell’aumento di disturbi importanti come depressioni e psicosi e il fenomeno dei negazionisti del Covid 19 nasce, secondo alcuni, da una pura e semplice paura della malattia.
Il giornalismo costruttivo, portando in dote un apporto di contenuti alternativi, mira a dare un impatto più morbido rispetto alla notizia del “disastro”, che non può essere negato, ma può assumere contorni differenti.

Il giornalismo costruttivo ci aiuterà?

Ad oggi, le esperienze di giornalismo costruttivo sono ancora troppo poche per valutarne gli effetti.
Il problema di un’informazione non fuorviante si scontra con le difficoltà economiche dell’editoria, che porta all’aumento di giornalisti e collaboratori sottopagati, poco motivati a svolgere un lavoro puntuale. Difficile è anche contrastare le dinamiche proprie dei social network, il diffondersi di contenuti autoprodotti e scritti da persone senza un background giornalistico, oltre alla diffusione deliberata di notizie false.
Il problema è aperto, ma le conseguenze di un’ipertrofia incontrollata delle informazioni, vere e false, positive e negative, sono già troppe.

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Claudia Silivestro

Claudia Silivestro