Zitti tutti, c’è lo sport: come è cambiato il giornalismo di settore

Lo sport accompagna l’umanità nella sua storia, a partire dalle Olimpiadi nell’antica Grecia, momento di vicinanza con la madrepatria delle colonie mediterranee. Da Pindaro siamo passati ai giornalisti di ieri, come Gianni Brera e Candido Cannavò, e a quelli di oggi, cui sono richieste meno retorica rispetto alle origini del genere e maggiori conoscenze, in grado di coinvolgere il lettore 2.0, produttore di contenuti, competente e che va, spesso, alla fonte della notizia.

Gli albori del giornalismo sportivo

Se i primi fogli di informazione generalista risalgono alla seconda metà del diciassettesimo secolo, ne sono dovuti passare altri due perché le notizie di sport avessero il loro spazio. Ebbero matrice anglosassone e riguardavano attività come la vela, la lotta e il pugilato. L’esordio della cronaca sportiva nella stampa si ebbe nel 1856 con una rubrica ad hoc nel quotidiano francese Le Figaro. In Italia si comincia ancora dopo con bollettini di associazioni, come “Lo Sport”, edito a Genova nel 1866 dal Reale Yacht Club d’Italia.

Per scendere dalla nobiltà alla borghesia bisogna aspettare il Corriere della Sera, quando nel 1893 organizzò una marcia con 1300 partecipanti, antenata delle moderne maratone di massa. Escono, così, a Milano il settimanale “Il ciclista”, a Torino “La tripletta”. Nel ’97 La Gazzetta dello Sport diventa il quotidiano in carta rosa.

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Lo sport oggi in TV

Sky Sport, nato nel 2003 e diretto inizialmente da Giovanni Bruno, ha rivoluzionato il giornalismo sportivo in TV, inventando un nuovo modo di raccontare le partite: se prima la moviola era relegata alla domenica, oggi tutta la partita è una grande moviola. Per i match più importanti si impiegano, addirittura, venti telecamere, in modo che non ci sia azione che possa sfuggire a qualsiasi angolatura. L’arbitro, nato per essere il più vicino alla partita, oggi è, paradossalmente, il più lontano.

Un altro cambiamento significativo è stato determinato dall’entrata in campo di giornaliste sportive. Sky, Mediaset e Rai affidano, sempre più spesso, la conduzione di programmi calcistici alle donne. Diletta Leotta, 29enne catanese, è la regina incontrastata del settore, dal 2018 volto di DAZN. A consegnarle lo scettro, migliaia di appassionati del pallone che la seguono sui social. Ma una tra le prime donne a rompere l’egemonia maschile è stata Ilaria D’Amico, dallo stile sobrio e meno da pin-up rispetto ad alcune colleghe. Partita dalla Rai, Ilaria è passata da La7 prima di arrivare a Sky dove, dal 2018, conduce il seguitissimo programma Champions League.

Non possiamo dimenticare Simona Ventura, un’autentica signora della TV sportiva che, attraverso la trasmissione “Quelli che il calcio”, ha convinto anche gli spettatori meno sportivi a seguirla, mescolando tecnica e gossip. Interviste memorabili e spazi di intrattenimento hanno trasformato il contenitore sportivo in un format adatto a tutta la famiglia.

Altra colonna del giornalismo sportivo è stata Paola Ferrari, storica conduttrice della “Domenica Sportiva” e di “90° Minuto”. Tifosissima del Milan, ha dichiarato di aver avuto un amore platonico per il “cigno di Utrecht”, il campione Marco Van Basten. Paola ha ricevuto importanti riconoscimenti per il suo lavoro nel mondo dello sport, come il premio Brera per giornalisti sportivi, il premio Ussi-Coni e il premio Beppe Viola.

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Che cosa si legge facilmente: la pagella

Il giornalista sportivo conquista il suo pubblico con le motivazioni, l’analisi tecnica della gara, la competenza non esibita, ma evidente, che determinano rispetto e prestigio. Una manifestazione di queste caratteristiche professionali sono, per esempio, le pagelle con i voti ai giocatori di calcio. L’occhio del lettore, spesso, corre subito a quelle, anche per le gare di cui trascurerà il testo dell’articolo. Se le pagelle non sono affidate ad una grande firma, bisogna osservare la coerenza. Occorre che le motivazioni non si riducano ad una divagante battuta, anche se ironica; si devono fondare sul comportamento in campo.

… e il titolo!

Molti sport considerati, a torto, minori non sono trattati da radio e televisione; il lettore, allora, cerca in Rete le notizie, che necessitano di titoli da cronaca, di tipo espositivo. In tutti gli altri casi, i risultati delle gare andrebbero dati per noti, anche negli “strilli” di prima pagina dei quotidiani di informazione generale. Per un giornale milanese dichiarare su tre righe “Milan e Inter vittoriosi a San Siro e a Genova” significa sprecare lo spazio. Anche nello sport la notizia scontata non è una notizia e serve a poco solleticare i tifosi solo titolando sulle squadre, o la squadra, della città.

Tre consigli per telecronisti in erba

  • Non sommergere gli spettatori sotto acquazzoni di parole per descrivere minutamente ciò che tutti vedono sullo schermo, ma soffermarsi su notizie utili e complementari e sul quadro d’insieme.
  • Non vedere lo sport come un servizio gradevole e poco impegnativo. Servono, anche in questo settore, cultura specifica, aggiornamento quotidiano e conoscenza dell’attualità.
  • Non spiegare la sconfitta della squadra del cuore con errori attribuiti all’arbitro. I giudizi precipitosi possono essere smentiti facilmente.

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Diletta Bufo

Diletta Bufo

Laureata magistrale in Comunicazione alla IULM di Milano, svolgo attività di ricerca sociale presso l'Osservatorio sui Social Media, diretto da Guido Di Fraia. Lavoro all'Eco della Stampa.