Dall’elzeviro al gossip: come è cambiato il giornalismo di costume

È bastato un bacio. Un bacio estivo su uno yacht attraccato davanti alle coste del Cilento per farci tornare indietro di un’era. Protagoniste del gesto, due donne apparentemente distanti per età, idee politiche, ruoli sociali. Francesca Pascale, ex compagna di Silvio Berlusconi e Paola Turci, cantautrice impegnata, hanno scatenato la bufera dell’estate. I giornali hanno fatto a gara per immortalarle in primo piano. Sui social è partita la sfida all’offesa più pesante.

Qualche giorno prima, a dire il vero, si era verificato un altro fatto degno di nota. Il Corriere della Sera, re dei quotidiani italiani, aveva dedicato un’intera pagina alla showgirl Elisabetta Canalis. Mettendo da parte il suo tradizionale aplomb, il Corriere era riuscito a stupire negativamente per la scelta inaspettata di dare ampio spazio ad una “non-notizia”, come avrebbe fatto un rotocalco da strapazzo.

Cosa sta succedendo all’informazione nel nostro Paese? Gli articoli di costume sono sempre esistiti e non sono da considerare giornalismo di serie B. Il costume narra la nostra storia, l’evoluzione del gusto, fa nascere neologismi e tendenze. Bisogna, però, averne rispetto, saper raccontare in punta di penna. Non tutti ne sono capaci.

L’origine di un genere

Il primo approccio a questo genere l’Italia lo ebbe con la nascita dell’elzeviro. I giovani, probabilmente, non conoscono il significato di questo termine che deriva dal nome di una famiglia di editori-tipografi e librai olandesi, gli Elsevier, attivi dal 1583 al 1712. Le loro pubblicazioni sono veri capolavori tipografici, la cui principale originalità consiste nella nettezza e finezza dei caratteri, incisi da Christoffel van Dyck. Inizialmente, allora, l’elzeviro era il “marchio di fabbrica” degli Elsevier.

Proprio con questo carattere tipografico, il direttore del Giornale d’Italia, Alberto Bergamini, decise di stampare il primo fogliettone. Era il 10 dicembre 1901. L’argomento era mondano, ma anche politico. Si trattava, infatti, della recensione della prima nazionale della tragedia dannunziana “Francesca da Rimini”. L’interprete era Eleonora Duse che, in quel momento, aveva una relazione con il vate. Il giornale andò a ruba e Albertini decise di ripetere l’esperimento. L’elzeviro divenne una consuetudine e, piano piano, venne definitivamente istituzionalizzato con l’adozione da parte del Corriere della Sera il 3 gennaio 1905.

Irene Brin, regina dell’elzeviro

Per offrire ai lettori un servizio sempre più accurato, i direttori dei quotidiani cominciarono ad affidare il compito dell’elzeviro a scrittori ed artisti, come Eugenio Montale e Dino Buzzati. Ma regina del genere si affermò Irene Brin. “Fustigatrice dei costumi, la più insolente e brillante giornalista italiana”, la definì l’Almanacco della donna del 1943. Si chiamava, in realtà, Maria Rossi, ma Leo Longanesi la ribattezzò Irene Brin. Quando scriveva, con la penna sapeva far emergere l’affresco di un’Italia vanesia e liberty, ignara del baratro su cui stava per affacciarsi. I suoi articoli vennero raccolti, diventando libri famosi: “Dizionario del successo, dell’insuccesso e dei luoghi comuni” si trova, ancora adesso, nei tipi Sellerio; “Usi e costumi 1920-1940” è un’altra perla di Irene, proposta dalla casa editrice siciliana.

Nel ’38 il futuro editore Leo Longanesi, allora direttore del romano Omnibus, la riconosce e la stana sotto i vari pseudonimi e l’assume nel suo innovativo settimanale che durò solo due anni, ma fu il prototipo dei rotocalchi popolari del Dopoguerra. Una donna che si autodefinirà “specialista in frivolezze”, ma traduce Carson McCullers, vive in una dimensione internazionale, descrive “la mondanità sotto forma d’intelligenza”, è colta, ma non si perderebbe mai una sfilata di moda. Così Irene-Mariù fonda un nuovo genere e nelle redazioni, prendendola ad esempio, i capiservizio cominciano a chiedere ai loro redattori: “Scrivimi una brinata”, intendendo un pezzo di costume divertente, ma documentato.

Dino Buzzati, maestro di scrittura

Anche Dino Buzzati si dedicò all’elzeviro. Nel suo caso, l’attività giornalistica fungeva da laboratorio linguistico: una vera e propria palestra in cui provare nuove tecniche ed alternative soluzioni sintattiche da inserire, poi, nelle opere letterarie. Ben due capitoli del suo romanzo “Un amore” (1963) nascono come elzeviri, pubblicati sul Corriere tra il 1960 e il 1962. E numerose sono le corrispondenze tra i suoi interventi sul quotidiano milanese e i testi pubblicati nella raccolta “Sessanta Racconti” (1958).

Dov’è finito il costume?

Con la scomparsa dei grandi intellettuali è venuto meno anche il giornalismo di costume di qualità. La crisi dei quotidiani, inoltre, ha indotto gli editori a ridurre la foliazione e a proporre argomenti sensazionalistici. Dal costume si è passati al gossip e nemmeno le testate più prestigiose, come abbiamo visto in questi giorni, sono immuni al germe del pettegolezzo. Spesso, la stampa strizza l’occhio ai social, ai quali attinge, talvolta, notizie. Nascono, così, gli articoli “acchiappaclick” per generare rendite pubblicitarie online. È la fine, mesta, delle “brinate”.

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Diletta Bufo

Diletta Bufo

Laureata magistrale in Comunicazione alla IULM di Milano, svolgo attività di ricerca sociale presso l'Osservatorio sui Social Media, diretto da Guido Di Fraia. Lavoro all'Eco della Stampa.