Cittadinanza digitale: i giornalisti senza PEC saranno sospesi dall’albo

Il Consiglio dei Ministri ha approvato, lo scorso 7 luglio, una serie di misure per la digitalizzazione della pubblica amministrazione. L’articolo 37 del Decreto semplificazione riguarda i giornalisti che, come tutti gli iscritti agli ordini professionali, devono dotarsi di una casella di posta elettronica certificata (PEC). In caso di inadempienza, pubblicisti e professionisti rischiano la diffida, poi la sospensione, da parte dell’Ordine regionale di appartenenza. Un obbligo che, a distanza di dieci anni dal varo della legge, è stato disatteso dalla grande maggioranza dei reporter, perché non prevedeva alcuna sanzione.

Cosa dice la legge

La norma, che modifica il comma 7 bis dell’art. 16 del decreto legge n. 185/2008, prevede che “Il giornalista che non comunica il proprio domicilio digitale all’albo è obbligatoriamente soggetto a diffida ad adempiere, entro trenta giorni, da parte del Collegio o Ordine di appartenenza. In caso di mancata ottemperanza alla diffida, il Collegio o Ordine di appartenenza commina la sanzione della sospensione dal relativo albo o elenco fino alla comunicazione dello stesso domicilio”.

Si passa, allora, dall’obbligo di comunicare la PEC personale a quello di comunicare il proprio “domicilio digitale”, cioè l’indirizzo di posta elettronica certificata, registrato all’anagrafe nazionale della popolazione residente, a disposizione della PA.

La PEC in Italia

Partita in sordina, la PEC si è diffusa sempre di più negli ultimi anni. Soltanto nel 2019 sono stati scambiati più di 6,5 milioni di messaggi PEC al giorno. Secondo i dati pubblicati dall’Agenzia per l’Italia digitale, relativi al bimestre novembre-dicembre 2019, sintetizzati da Aruba, le caselle attive ammontano a 10.835.317. La PEC ha la stessa funzione della raccomandata con ricevuta di ritorno, ha valore legale e certifica l’avvenuta consegna e l’integrità del contenuto, che non può mai essere modificato dal destinatario.

Per quanto riguarda gli scenari d’uso relativi agli utilizzatori del servizio PEC Aruba, per il 57,4% si tratta di comunicazioni di lavoro, mentre nel 30,9% dei casi sono veicolate comunicazioni di tipo privato, come le domande di partecipazione a concorsi pubblici, le comunicazioni inerenti supplenze scolastiche, la sottoscrizione di contratti o disdette.

Perché la PEC conviene anche ai privati cittadini

Per i privati cittadini non è obbligatorio munirsi di indirizzo di posta elettronica certificata. Possederlo, tuttavia, può essere una scelta vantaggiosa. In primis, grazie alla PEC non sarà più necessario recarsi alle Poste per ricevere le comunicazioni della pubblica amministrazione ed inviare documenti ed osservazioni. Avendo valore legale, la PEC costituisce una garanzia per mittente e destinatario.

Per quanto riguarda i costi, questi sono inferiori rispetto a quelli previsti per aziende e lavoratori: l’abbonamento annuale alla posta certificata equivale, più o meno, al costo di una raccomandata andata e ritorno, ma può essere utilizzato nel corso dell’anno per un numero indefinito di volte; la raccomandata a/r, invece, va pagata sempre.

La digitalizzazione delle comunicazioni formali tra cittadini, professionisti, imprese e pubblica amministrazione comporta un vantaggio economico diretto, riconducibile al passaggio da un modello di costi legato al volume della corrispondenza cartacea ad uno determinato da abbonamenti annuali senza limite di messaggi. Senza contare che, oltre ad un beneficio economico, l’uso della PEC riduce l’impronta carbonica e la mobilità frizionale. “I benefici complessivi e reali sono molto più ampi, potenzialmente enormi”, ha commentato Gabriele Sposato, direttore marketing di Aruba.

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Diletta Bufo

Diletta Bufo

Laureata magistrale in Comunicazione alla IULM di Milano, svolgo attività di ricerca sociale presso l'Osservatorio sui Social Media, diretto da Guido Di Fraia. Lavoro all'Eco della Stampa.