Ha senso raccontare il giornalismo su Instagram?

Pensare ad Instagram come un social dedicato soltanto all’intrattenimento, ai video e alle fotografie sarebbe un errore di una leggerezza imperdonabile per un giornalista nel 2020. È, infatti, oggi più che mai, uno spazio dove anche chi si occupa di informazione può trovare una platea di lettori attenti e pronti a ricercare notizie, anche nei luoghi più impensabili.

È vero – e innegabile – che il mondo del giornalismo in Italia sia particolarmente vecchio e che sia difficile per chi fa questo mestiere da anni in un certo modo trovare il tempo, le energie e la chiave per cambiare registro linguistico e inventarsi qualcosa di nuovo su un social in cui la parola scritta, comfort zone per eccellenza del giornalista, non ha presa. Eppure può valerne la pena.

Il dilemma del giornalista: raccontarsi o no su Instagram?

Il giornalista è abituato al fatto che siano le proprie storie, le fonti, gli interlocutori a parlare. Sono gli altri ad essere sotto il riflettore o davanti alla videocamera – nella maggior parte dei casi – e per sé resta il ruolo di mediatore, di facilitatore, di megafono. I social e, soprattutto, quelli come Instagram funzionano, invece, quando la distanza tra chi parla e chi ascolta viene a cadere. Parliamo di disintermediazione, che si traduce, nei fatti, nella capacità di rivolgersi direttamente a chi ascolta e di essere pronti a propria volta ad ascoltare cosa ha da dire.

Questo passaggio non è naturale per chi si occupa di giornalismo, per quanto ormai il digitale abbia sdoganato e normalizzato reazioni e commenti anche ad articoli, servizi televisivi e radiofonici. Ma Instagram pone una sfida in più: il mettere la faccia, sé e la propria storia al centro della narrazione

È uno sforzo, certo, e non è detto che venga naturale a tutti. Ma può valerne la pena? Questo è sicuramente il cuore della questione a cui vogliamo provare a rispondere. E per farlo dobbiamo fare un passo indietro e ribadire alcuni elementi chiave di una comunicazione di self branding efficace: in primo luogo, bisogna avere qualcosa da dire, in secondo luogo più una persona è in grado di farsi riconoscere e ricordare, maggiore sarà la sua capacità di engagement. 

Dietro le quinte: occhi puntati sul lavoro 

Proprio l’esigenza di raccontarci porta ad un’altra domanda più che lecita da porsi: cosa mostro della mia giornata da giornalista scandita da letture, telefonate, interviste e riunioni? È davvero interessante quello che faccio durante il lavoro? Per questo può venirci incontro la consapevolezza che questo mestiere è circondato da un alone di mistero. È tuttora particolarmente ambito e spesso circolano sorprendenti fake news sulla vita da nababbo che un reporter fa influenzate da una (auto)narrazione ferma a un passato che non esiste più.

Di sicuro, dunque, il giornalista su Instagram ha modo di contrastare quella parte di disinformazione che riguarda il suo stesso mestiere – aspetto da non sottovalutare in un contesto sociale in cui, ciclicamente, qualcuno arriva a sostenere che si tratti di “puttane e sciacalli”. Pochi giorni fa, seguendo una diretta del vicedirettore del Post Francesco Costa (nonché promotore di una informale campagna per portare i giornalisti italiani proprio su Instagram) osservavo come le domande del pubblico si dividessero quasi equamente tra questioni sulla politica americana – argomento principale di cui Costa parla sul suo account – e la sua vita quotidiana da giornalista. 

Questo è soltanto un esempio che ci suggerisce come esista una nicchia che vorrebbe saperne di più. Aspiranti giornalisti, o anche persone che scoprendo come funziona davvero capiscono che non fa per loro, che proprio su questo social si sentono a proprio agio nel fare domande. Una nicchia che è, contemporaneamente, incuriosita dal giornalismo, ma anche pronta ad utilizzare Instagram per informarsi. E chi meglio di un giornalista o una giornalista sa quanto il domandare sia importante?

Il pubblico che (altrove) non c’è

C’è poi un discorso di pubblico. Instagram è un po’ l’isola che non c’è dell’informazione. Nonostante il successo crescente, le persone più attive continuano ad avere un’età media piuttosto bassa (tra i 20 e i 35 anni) e chi utilizza questo social ci trascorre in media più ore che negli altri. Cosa fa? Scorre il feed, invia messaggi agli amici, guarda le stories. E qui si intervallano i post del coinquilino con quelli dell’influencer, il cane della cugina con quello di Chiara Ferragni e – paradossalmente – anche in questa surreale compagnia il giornalista ha qualcosa da dire.

I following sono specchio degli interessi e sarebbe oltre modo semplicistico ritenere che ciascuno di noi abbia soltanto una passione verticale per un unico argomento e null’altro. La natura umana è più variegata e ribadiamo l’ovvio dicendo che seguire Chiara Ferragni non esclude Francesco Costa e viceversa – giusto per restare sui nomi già citati. E quelle stesse persone che seguono entrambi è probabile che non comprino un giornale da settimane, per essere ottimisti, e anche sullo stesso Instagram facciano più fatica ad interagire con l’’ccount istituzionale di un giornale. Ma il giornalista sì, è una persona che racconta cose interessanti. Perciò valgono l’interesse, il tempo e anche l’approfondimento.

E ciò ci porta all’ultimo aspetto di questa riflessione. Perché dovrebbe essere un giornalista a parlare su Instagram piuttosto che un giornale? Una cosa non esclude l’altra, come vedremo analizzando nelle prossime settimane alcune case history anche italiane di grande interesse. Ma vedere e ascoltare una persona che racconta i temi di cui si occupa oppure alcuni aspetti anche personali della sua vita permette di stabilire una relazione. E questa relazione è un elemento che fa la differenza nel’’efficacia o meno di un messaggio. Essendo io stesso in prima persona a mescolare nozioni, per esempio, sulla ristorazione e piccoli retroscena del lavoro da giornalista gastronomico, sarò capace di dare più modi alle persone di “affezionarsi” a ciò che faccio e a fidarsi di me e del mio lavoro.

In ultima istanza è tutta una questione di fiducia. E lo sappiamo bene anche se guardiamo ai giornali di carta. Il meccanismo dell’informazione funziona sul non detto patto per cui chi legge si fida di chi scrive, e in una fase storica in cui tutte le relazioni di questo tipo si sono sfilacciate ed è complesso per le persone distinguere vero e verosimile essere capaci di farsi ascoltare è cruciale. 

Essere giornalisti su Instagram che parlano di giornalismo non è facile. Ma sì, ne vale la pena. 

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Angela Caporale

Angela Caporale

Giornalista, copy, press officer. Nella vita scrivo di ciò che vedo, di ciò che conosco e di ciò che mi appassiona: diritti, comunicazione, musica. D'indole curiosa, non sto mai ferma, almeno con la mente.