Coronavirus e media digitali: intervista a Derrick de Kerckhove

E se il Coronavirus fosse anche una malattia della comunicazione?

Ne è convinto il sociologo e giornalista belga-canadese Derrick de Kerckhove, ultimo allievo ed erede morale di Marshall McLuhan. Dopo gli studi con il grande autore del “villaggio globale”, de Kerckhove si è dedicato all’analisi dell’influenza dei media sull’uomo ed è autore di numerosi saggi, l’ultimo “La rete ci renderà stupidi?”, uscito nel 2016.

Derrick si è formato all’Università di Toronto, dove da tempo insegna; è direttore scientifico dell’Osservatorio TuttiMedia, fondato nel 1996 a Roma, allo scopo di comprendere come è cambiata la nostra vita con le nuove tecnologie.

E questo non è, per il professore, l’unico legame con l’Italia. De Kerckhove ha ottenuto anche una cattedra in Sociologia della cultura digitale presso l’ateneo Federico II di Napoli. Proprio nella regione campana, in particolare a Vico Equense, si trova Derrick in questi giorni, rimasto bloccato a causa dell’emergenza. Mediaddress non poteva perdere l’occasione di intervistarlo!

Come è stato comunicato in Italia il Coronavirus? I media hanno contribuito ad una corretta informazione o hanno commesso qualche errore?

“A gennaio, quando i media hanno iniziato a parlare di Coronavirus, io non ero in Italia. Inizialmente, non ho dato grande peso al problema. Soltanto all’inizio di marzo, quando le notizie hanno cominciato a moltiplicarsi, mi sono reso conto di quanto stesse succedendo. Dal Canada, dove vivo, sono venuto in Europa e ho dovuto prendere la decisione di rimanere qui. Ho evitato, altresì, di andare in Cina, come avevo programmato. Siamo stati tutti sommersi da una valanga di notizie contraddittorie. Alle news si sono affiancate le fake, in ogni parte del mondo, soprattutto in Gran Bretagna. I media sono i media. Cercano, spesso, il sensazionalismo”.

E’ giusto usare l’espressione “infodemia” in questo contesto?

“Assolutamente sì. Ho sempre associato la viralità del Coronavirus a quella dell’informazione. E penso che la rovina dell’economia, oltre che della salute, sia dovuta all’assenza di controllo del sistema dei media. Considero la rete come un sistema limbico globale, che porta incontrollabilmente emozioni da una parte del mondo all’altra. Questo ha prodotto, ovunque, ad eccezione dell’estremo oriente, reazioni istintive di fuga. Invece di considerare il Coronavirus un problema globale, la risposta è stata la chiusura totale di attività e frontiere. Questa strategia, secondo me, si è rivelata inefficace in Europa. Prima che l’epidemia diventasse pandemia, gli Stati avrebbero dovuto trovare una strategia comune, assicurando un servizio medicale completo ed accessibile a tutti”.

Secondo Lei, come comunica Giuseppe Conte?

“Non so dire esattamente. Conte dà fiducia. All’inizio, quando è stato nominato presidente del Consiglio, mi sembrava poco adatto al ruolo. Appariva come un uomo, capitato in una situazione inattesa, che nasconde la sua ansia dietro ad un sorriso sfidante. Quando la lotta contro il Covid-19 è diventata ardua, Conte ha dimostrato attitudine e capacità da autentico capo di Stato. E’ anche vero che per i cittadini italiani è facile amare un presidente come Conte, se lo raffrontano ad altri, come Trump e Bolsonaro. Conte è un adulto, cosa rarissima tra i politici”.

Durante l’emergenza, tutto diventa digitale. Dirette Facebook trasmettono concerti, lezioni, letture ad alta voce. E’ nato l’aperitivo via canali social, così come le feste di compleanno. Si tratta di vera condivisione o semplice «voglia di esserci»?

“Si tratta di una tappa di accelerazione della cosiddetta «trasformazione digitale». Questa espressione, di solito, è utilizzata nel settore delle imprese. In realtà, tocca ognuno di noi in modo profondo, come imparare a leggere e a scrivere. La stampa, invenzione di Gutenberg, ha prodotto un cambiamento epocale nella civilizzazione dell’Occidente. Nessuno, secondo me, ha capito che il cambiamento digitale è infinitamente più potente. Le nostre barzellette sugli schermi degli smartphone, oggi che siamo chiusi in casa, sono non di meno che la risposta avida a una sete di comunicazione a distanza che già da parecchio tempo ha superato, specialmente per i giovani, il faccia-a-faccia del passato. La strada è vuota oggi? Lo era già prima”.

Post-Coronavirus: come lo immagina?

“Il post-Coronavirus dipende da quanto durerà il Coronavirus. Se si fermasse entro tre mesi, niente di serio cambierebbe. Torneremo alla vita quotidiana, appena arricchiti da un’esperienza eccezionale, da ricordare per sempre e essere preparati per la prossima volta. Se, al contrario, durasse ancora un anno, avremmo la possibilità di ripartire più o meno da zero e portare all’attenzione i veri problemi della nostra epoca: l’inquinamento ambientale e la povertà che regna nella maggior parte del mondo. Prima della pandemia, le nostre vite correvano ad una velocità da suicidio. Siamo stati fermati a metà corsa. Questo è un momento di riflessione salutare”.

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Diletta Bufo

Diletta Bufo

Laureata magistrale in Comunicazione alla IULM di Milano, svolgo attività di ricerca sociale presso l'Osservatorio sui Social Media, diretto da Guido Di Fraia. Lavoro all'Eco della Stampa nel settore della produzione. Collaboro con "State of Mind", il giornale delle scienze psicologiche. Mi piace osservare, sono curiosa e adoro ascoltare le talk radio.