Giornalisti in trincea: Tommaso Fregatti racconta l’emergenza Coronavirus

E i giornalisti? Nell’emergenza Coronavirus abbiamo pensato a tutti, ma non a loro. Eppure sono in trincea per informarci ora dopo ora. Come vivono? Come lavorano?

In Italia la categoria conta 30mila professionisti e 75mila pubblicisti.

La tecnologia non sta impoverendo la loro missione, ma permette di arrivare alle fonti senza un contatto diretto.

Ne abbiamo parlato con Tommaso Fregatti, presidente Gruppo Cronisti Liguri.

 

La Liguria è una delle regioni italiane più colpite dal Coronavirus. Cosa significa fare il giornalista durante un’emergenza?

“In Liguria, purtroppo, siamo abituati, ormai, alle emergenze. Un anno e mezzo fa abbiamo dovuto fare i conti con il crollo di ponte Morandi che, anche nei mesi successivi, ci ha impiegati in maniera continua ed incessante. Sia per quando riguarda la ricostruzione, sia per l’inchiesta giudiziaria. Ora, il Covid-19 ha condizionato pesantemente la nostra vita familiare e lavorativa. Dalla prima settimana di marzo la mia azienda – Gedi, che edita Il Secolo XIX – ha attivato la modalità di lavoro da casa. È un modo diverso di lavorare rispetto a quello in redazione. Non hai il contatto con i colleghi, hai meno rapporti con le fonti. Ma credo sia giusto così. La tutela della salute viene prima di tutto, anche se è giusto cercare di continuare ad informare le persone nella maniera più corretta possibile, in un momento come questo, in cui ce n’è maggior bisogno”.

Quale è stato, se c’è stato, il momento più buio?

“Il momento più buio lo viviamo tutte le sere quando assistiamo alla conferenza stampa della Protezione Civile o a quella del presidente della Regione che forniscono numeri terribili. Ogni giorno. Diciamo che all’inizio, forse, nessuno di noi si è reso conto della gravità della situazione. Personalmente, non ho dato peso neppure ai richiami di mio fratello, medico, che mi ha più volte evidenziato i rischi di questa epidemia. Ora sappiamo che dobbiamo affrontare una situazione di emergenza”.

Come si lavora senza presenziare alle conferenze stampa?

“Si lavora in streaming, via social. È diverso, ma come dicevo è l’unica soluzione. Poco prima che l’epidemia entrasse nel vivo, come presidente del Gruppo Cronisti Liguri, ho incontrato l’ufficio stampa della Regione che segue l’emergenza. Abbiamo convenuto che le conferenze stampa dovessero essere fermate perché il rischio di contagio era troppo forte. A Genova abbiamo almeno tre colleghi in rianimazione, che stanno lottando per la vita. Paolo Micai non ce l’ha fatta. Il giornalista se n’è andato ieri mattina all’età di sessant’anni. Credo sia surreale questo modo di lavorare, ma necessario”.

Le redazioni liguri hanno, in questo periodo, problemi di organico?

“A parte i casi di Covid-19 che hanno, inevitabilmente, colpito anche il mondo del giornalismo, direi che tutti i colleghi liguri stanno lavorando con grande impegno per poter raccontare questo momento storico globale. La carenza di organico è cronica, ma nessuno si è tirato indietro e tra noi cronisti ci sono un grande spirito di solidarietà e collaborazione come non ho mai visto prima. Vorrei anche ringraziare i tanti colleghi degli uffici stampa che, in questi giorni, stanno cercando di agevolare la nostra attività. Il portavoce del San Martino, ad esempio, sta lavorando ininterrottamente da 35 giorni. Lo stesso stanno facendo i colleghi e le colleghe della Regione. Credo che il giornalismo stia lanciando un segnale importante in un momento difficile”.

Come rispondete a chi accusa i giornalisti di fare allarmismo?

“Penso che, questa volta, parlino i numeri. Dei morti, dei contagiati. I giornalisti non hanno trasmesso alcun allarme, hanno semplicemente raccontato cosa stesse avvenendo nel Paese. Sinceramente, l’accusa che siano i giornalisti a creare gli allarmi penso sia stata smentita, ancora una volta, da quello che sta accadendo. L’Italia, come decine di altre nazioni del mondo, è in quarantena. Lo hanno deciso i giornalisti? O ancora, i capi di Stato? I premier non scelgono sulla base degli articoli che pubblichiamo. Non credo proprio. È stata la comunità scientifica a lanciare questo allarme, noi lo abbiamo solamente raccontato”.

Tommaso Fregatti

 

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Diletta Bufo

Diletta Bufo

Laureata magistrale in Comunicazione alla IULM di Milano, svolgo attività di ricerca sociale presso l'Osservatorio sui Social Media, diretto da Guido Di Fraia. Lavoro all'Eco della Stampa nel settore della produzione. Collaboro con "State of Mind", il giornale delle scienze psicologiche. Mi piace osservare, sono curiosa e adoro ascoltare le talk radio.